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Il partito degli italiani

Pare che il nuovo partito di Berlusconi si chiamerà Italia. Tolto lo sforzo di Forza Italia, tolta la libertà, il popolo, la casa e tutti gli altri simboli ormai logori si arriva all'estrema sintesi: l'Italia. Così ora non avrete più scuse per non votarlo, perchè è il partito dell'Italia, la vostra Nazione, il partito di tutti gli Italiani. Come si chiameranno i seguaci del partito Italia? Italiani, naturalmente. E i deputati e senatori? Italiani. Solo il re delle televendite e della tv commerciale poteva uscire con questa ultima, si spera, trovata di marketing. Al telegiornale ora potranno imbrogliarci con le parole ancora più di quanto non facessero già: "Secondo recenti sondaggi il 40% degli italiani voterà gli italiani alle prossime elezioni". Nelle conferenze stampe quando si parlerà degli italiani i giornalisti dovranno sempre chiedere: "Presidente, si riferisce agli italiani oppure agli italiani?". Al bar i vecchi potranno con orgoglio dire di essere italiani perchè votano l'Italia. Che fa 150 anni proprio quest'anno e quindi parleremo tutti dell'Italia, e non si capirà se ci staremo riferendo alla nazione, al partito, alla squadra di calcio, o alla signora di centouno anni che abita nel palazzo di fronte. Finalmente Silvio potrà dire la verità in televisione quando annuncerà di rappresentare con il suo governo tutti gli italiani e di lavorare esclusivamente per il loro bene, lasciandoci nel dubbio di essere italiani oppure italiani.

La tv con le stampelle

Da circa un mese ogni volta che accendo il televisore esce fuori la schermata con il rumore bianco*, quella nebbiolina grigia e confusa a ricordarmi che ormai del vecchio segnale analogico non è rimasto più nulla. Mi angoscia un po' pensare ad un oggetto che è nato per ricevere varie frequenze, con un telecomando per cambiare i canali, e vedere che tutti questi pulsanti non funzionano più. Che il telecomando del decoder ha preso il posto di quello principale (che ormai serve solamente ad accendere la tv) e che praticamente c'è vita solo dentro AV1, mentre il resto dei circuiti dentro quella scatola dormirà per sempre impolverandosi.

La sensazione è un po' come quella di una persona che ha avuto un'incidente grave che ha comportato la perdita di un arto, di una capacità motoria, o in generale di qualche tipo di abilità. La sua vita sarà completamente diversa per via di quanto accaduto, e i gesti quotidiani da fare dovranno tenerne conto. Come un uomo costretto alle stampelle, quando accendo la tv mi sembra di vedere un oggetto monco, privo di una parte consistente del suo essere, che mi mostra i canali di prima e qualcuno in più, ma solo perchè gli ho comprato le stampelle, il decoder, a seguito di quel giorno in cui hanno spento per sempre il segnale analogico. Vedo la nebbietta grigia e finchè non accendo il macchinario che le permette di continuare a vivere sembra quasi vergognarsi di come è ridotta ad andare. Al videoregistratore non è andata certo meglio, e il giorno in cui abbiamo messo la stampella alla tv, gli abbiamo staccato la spina probabilmente per sempre.

* residui di conoscenza di Ingegneria

Bye Baffone

L'altro giorno hanno annunciato che dal primo gennaio cancelleranno il decreto Pisanu, che prevede l'obbligo per i locali pubblici - tra gli altri - di richiedere un documento al cliente per lasciargli accesso alla connessione Wi-fi. Avevo usufruito del servizio quest'estate per la prima volta, a Ferrara in uno dei pochi posti dove c'era questa possibilità: il pub Clandestino di via Ragno. Il suo proprietario, un omaccione baffuto napoletano con la passione per la birra e Maradona, ci aveva scherzato su sbuffando: pensa un po' se per darti una password devo stare a chiederti il documento e tutto il resto... ti fan passare la voglia di dare questo servizio ai clienti. In effetti è talmente strano lasciare una carta d'identità al barista che uscendo me la sono pure dimenticata li, dovendo tornare a riprendermela un paio di giorni dopo tra gli sfottò di Baffone. Pensavo proprio a lui l'altro giorno: chissà cosa dirà Baffone, chissà se sarà contento, che da gennaio potrà fare a meno di chiedere documenti alla gente, magari come lui che ha tenuto botta in questi anni, anche altri locali del centro cittadino seguiranno a ruota mettendo il wifi aperto e libero.
Baffone però, si è impiccato sabato sera, a 38 anni, con due figlie piccoline e un bel po' di depressione addosso che nessuno ha capito in tempo. Proprio lui, così sorridente e gentile con tutti, proprio lui che era sempre circondato di gente e un locale pieno che dovevi andarci alle nove o non trovavi posto a sedere. Proprio lui, che oltre a internet aveva le partite di champions, i vini e le birre artigianali, le esposizioni di quadri di artisti emergenti, i divanetti, i giochi di società che saranno rimasti due o tre in tutta la città a tenerli.
Wifi o no, a Ferrara quest'anno siamo arrivati a cifre record di suicidi, e ancora non c'è stato un giorno di nebbia, figuriamoci poi. Non va bene, non va niente bene, Baffone.

La dittatura delle faccine

faccine-violaProvate ad immaginare per un istante il mondo della comunicazione nel 2010, privo dell'uso degli emoticon. Provate a pensare agli sms, alle chat, ai social network e in generale a tutto ciò che scriviamo ogni giorno tramite una tastiera nella maniera più sintetica possibile, senza l'aggiunta di quelle faccine girate di 90 gradi in mezzo o in fondo ad una frase. Sforzatevi infine di ricordare come si esprimevano fino a dieci-quindici anni fa le emozioni scritte, come facevate forse anche voi prima dell'avvento dei cellulari e della rete. Impossibile?  Forse.

Negli ultimi quindici anni il modo di comunicare, in particolar modo dei giovani, è mutato radicalmente imponendo abbreviazioni sempre più complesse e al limite della comprensione, neolinguaggi che attingono da lingue straniere, vocaboli hitech e ibridi coniati come distorsioni di gergo tecnico. Dalla necessità di sintetizzare e comunicare con quante più persone possibile nel minor tempo, e parimenti dalla foga frenetica di un lavoratore della City e da quella di un quindicenne dal pollice molto allenato, è emerso il problema di esprimere i propri stati d'animo quando le parole non sono sufficienti allo scopo. Di far capire che la frase che stiamo scrivendo ha un intento ben preciso e non altro senso, magari ambiguo e malevolo. Di assicurarci che il messaggio inviato e letto da una persona di cui non conosciamo a volte lo stato d'animo, la posizione e l'attività, non scateni malintesi che di persona non potrebbero accadere. L'inflessione della voce: come supplire a questa carenza nel testo scritto? Un romanziere userebbe delle frasi descrittive per far capire lo stato d'animo del protagonista, uno studente aggiungerebbe al tema una frase di circostanza o una breve spiegazione dopo il discorso diretto:

- Ti amo! - disse piangendo

oppure

- Ti amo! - concluse sbadigliando

Serve quindi una convenzione, un simbolo universalmente riconosciuto da chi scrive e chi legge. Al mio segnale scatenate l'inferno diceva il Gladiatore, ed eccolo qua il segnale: due punti, a volte un trattino, e una parentesi, ad indicare una faccina a volte triste, a volte sorridente, a volte iraconda. Il segnale che in una manciata di caratteri esprime molto di più di un'intera frase. Il che non è necessariamente una brutta cosa. Potente, immenso, sintetico. Due punti, trattino, parentesi. Felicità. Allegria.

Il problema nasce semmai nel momento in cui iniziamo ad abusare delle faccine senza accorgercene, complice il fatto che le nostre comunicazioni scritte passano sempre più spesso attraverso una tastiera di un telefono o un computer, sempre meno sulla carta attraverso una penna. Ci rendiamo conto di non essere più capaci di esprimere alcunchè senza una doverosa faccina di chiusura. Tutto diventa leggero, simpatico, scherzoso perchè nei social network su cui passiamo le ore prevale la simpatia, lo scherno, il link buffo e curioso a cui la risposta spesso è proprio: due puntini trattino parentesi. Quando si è tristi, basta girare l'ultimo carattere ed ecco esprimere il disappunto, lo sgomento, il pianto. Guai a frequentare la rete, nella sua parte più frivola, senza usare le appropriate faccine: sembreremmo persone troppo serie, adulte. Perfino le nostre frasi più sciocche sembrerebbero serie senza opportune faccine seminate nel mezzo, abituati come siamo a vederne dappertutto.

C'è stato anche un tempo in cui non esistevano gli emoticon. In cui per esprimere un sentimento eravamo costretti a fare i conti con la lingua italiana e le sue infinite sfumature. Certo non eravamo costretti ai 160 caratteri di un sms, ai 140 di un tweet, ai 400 di uno status di Facebook, alla svogliatezza di scrivere più di tre o quattro righe in una email da cui abbiamo nel tempo omesso preamboli e salamelecchi di saluto. Forse proprio il tono leggero ed informale delle chiacchiere via messaggini sul cellulare, e nelle chat su internet ci hanno costretto a rivedere tutto, per poter esprimere insulti e scherzi con la dovuta spensieratezza, senza il timore di offendere qualcuno.

Pensate alla frase:

- Sei un idiota

Fino a vent'anni fa rappresentava un insulto, una brutta frase scritta su un muro per sfregio, al quale una persona avrebbe reagito in maniera sgarbata per le rime, o che avrebbe portato ad un diverbio tra le due persone. Oggi può assumere un senso più leggero se ci avviciniamo una faccina sorridente:

- Sei un idiota 🙂

Quasi amorevole. Sei un tenero e adorabile idiota, ma ti voglio bene lo stesso, anzi mi piace quando fai così l'idiota.

Altre volte l'uso delle faccine è semplicemente necessario perchè la frase abbia un senso, un po' come l'articolo inglese che è sempre lo stesso assume un significato solo vicino ad un sostantivo, oppure una parola dal doppio o triplo significato che ha senso solo nel contesto di un'intera frase.

Ad esempio:

- Mio padre ha mangiato tutta la Nutella

è una frase che di per se non significa niente di preciso. Ci informa di un fatto avvenuto ed è completamente piatta quanto a sentimenti trasmessi. Ben altro tono se ci piazziamo una faccina al termine:

- Mio padre ha mangiato tutta la Nutella 🙁

Tipo: porca vacca, mio padre ha finito la Nutella che a me piace tanto, sono dispiaciuta, e (forse) anche un po' incazzata con lui. In quest'ultimo caso forse la faccina giusta sarebbe >:-/ o qualcosa di simile, dove la prima parentesi rappresenta le sopracciglia inarcate di una persona iraconda.

Ecco che la frase di prima può esprimere felicità semplicemente con una faccina diversa in fondo:

- Mio padre ha mangiato tutta la Nutella 🙂

Qualcosa del tipo: meno male che mio padre ha finito la Nutella, l'avevamo comprata e a me proprio non piace. Oppure: per fortuna l'ha finita così non cado in tentazione mangiandola che poi mi riempio di brufoli.

Nel mio tema all'esame di terza media nel 1995, esprimendo il mio dissenso per la scomparsa della Nutella avrei scritto:

- Mio padre ha mangiato tutta la Nutella, purtroppo non è servito a niente nasconderla sopra la credenza, proprio oggi che avevo invitato amici per la merenda, ecc...

Decisamente più comodo ora no? Eppure basta un niente a scatenare equivoci: ora che tutto il significato è nelle mani di un paio di caratteri bisogna fare molta attenzione a dosarli, dispensarli bene, non sbagliare orientamenti. E' un attimo scrivere:

- E' morto il mio gatto 🙂

e ricevere un sacco di complimenti da parte di amici cinici tipo:

- Oh finalmente, quel gattaccio puzzolente e rompipalle, sono contento per te!

quando invece volevamo scrivere:

- E' morto il mio gatto 🙁

per esprimere infinita tristezza e ricevere il cordoglio degli amici.

Attenzione a mettere opportune faccine quando si prende in giro qualcuno, quando si dice una cosa triste, quando si vuol esprimere rabbia, attenzione a non lasciare adito a nessuna sfumatura che non sia quella voluta.

Ed eccoci a noi. Siamo passati dall'uso delle faccine alla loro dittatura, gentilmente imposta da ogni mezzo tecnologico che utilizziamo quotidianamente. Un commento fuori posto senza una faccetta che ride è tacciato di cinismo, acidità e finisce per essere fastidioso. Come uscire da una consuetudine quando ormai la società lo impone? Come fare ad esprimersi senza uno strumento ormai universalmente riconosciuto ed atteso? Ha detto "bella serata", era ironico? Si sarà davvero divertito o invece ironicamente intendeva "bello schifo di serata"? Oddio, non ha messo la faccina.

Ribellarsi sembra abbastanza inutile, provare ad esprimersi in maniera più completa e ricca di sfumature forse un dovere da resistenti e un piacere sempre più per pochi. Forse la mia generazione è tra le ultime ad aver fatto in tempo a conoscere sia la lingua scritta lenta e garbata, sia quella frenetica e piena di faccine, ed è ancora in grado di usare entrambe con cognizione di causa. Spiace di più quando si vedono i ragazzini di dodici, quindici, e poi anche vent'anni usare le K nei temi, le abbreviazioni nelle lettere, nei documenti legali o in generale nella comunicazione formale. Spiace capire dai loro discorsi che l'italiano oggi è quello e non sarebbero in grado di esprimersi diversamente da questo rozzo neolinguaggio in cui la lingua madre è solo una piccola base di vocaboli da distorcere a piacimento e mutare nel tempo secondo le mode o le abitudini.

Forse il linguaggio è proprio questo: nel suo eterno mutare nei secoli segue l'uomo nella sua esigenza comunicativa e con il passare del tempo e nel melting pot globalizzato di culture e popoli avrà sempre meno senso parlare di "italiano" per come lo intendiamo oggi. Forse un domani le parole con le K saranno sul dizionario, le abbreviazioni da sms, le faccine, i TVB, i gerghi tecnici della generazione di Facebook saranno universalmente riconosciuti come "lingua italiana" e allora il modo di scrivere di appena dieci anni fa ci sembrerà ampolloso e fuori luogo, un po' come ci appare ora un libro del Settecento, per quanto stiloso e godibile possa essere per alcuni. Sarà in quel momento che la dittatura delle faccine avrà vinto, e che il mutamento sarà pienamente avvenuto. Sempre che qualcuno se ne accorga. Come ogni mutamento di questo tipo le cose avvengono giorno dopo giorno in maniera talmente lenta e graduale da non farci rendere conto che forse già oggi quella dittatura è bella che cominciata.

. buon 2 agosto

questo non è un post politico né culturale né rivoluzionario (a proposito, buon 2 agosto): questo è un post su una persona che va in libreria. certo non siamo l’emilia romagna (se sei emiliano o romagnolo o tutt’e due, non lamentarti: vivi in una regione ricca e sensibile alle esigenze dei giovani, ti consiglio di apprezzare la tua fortuna), non siamo la lombardia (bene per lo smog male per i negozi di sushi ogni tre per due) e non siamo nemmeno roma, roma, roma (che fa la stupida solo di rado), firenze non ne parliamo, è una cugina che non ci guarda e non gli interessa e al pranzo di natale ci tira i capelli insieme a siena e lucca (ricordi che succede in ottobre?): siamo perugia.

se credi che sia divertente, hai sbagliato regione. noi siamo quella che nelle cartine politiche è sempre verde, il cuore pulsante di questa scarpa malandata senza tacco, boschi-campi e fiumiciattoli come direbbe bilbo baggins (sì, siamo simpatizzanti degli hobbit perché ci sentiamo hobbit anche noi).

la notizia è che la libreria oberdan chiude, dopo simonelli e il fallimento di altri piccoli negozi più marginali (non parliamo di altre attività che hanno chiuso nel giro di due anni per altri problemi e che hanno demolito l’interesse del centro storico, uno su tutti lo storico teatro pavone, le diatribe riguardo il cinema turreno che vogliono buttare giù per costruire un parcheggio, o lo stato di abbandono che sta degradando il cinema modernissimo che ormai di moderno ha solo il nome).

sulla pagina facebook ne parlano attraverso questo comunicato, laconico e lapidario (nel senso di lapide, e buon 2 agosto di nuovo). c’è chi, come succedeva per voldemort, non vuole fare “il nome del colpevole”, e chi invece crede di essere così rivoluzionario che un nome è solo un nome, e per giunta rosso e troneggiante, ditemi se non esiste qualcosa di più comunista: la-feltrinelli.

ma questo non è un post politico, nè di cultura, nè rivoluzionario (buon 2 agosto a mamme e piccini). è un post, come ho già detto, riguardo le persone che vanno in libreria: non importa quale, non gli interessa il nome. hanno bisogno di sapere che ci siano librerie, e libri e persone che salgono per lui sugli scaffali e prezzi - aehm - modici e un’offerta, diocristo, un’offerta.
perugia è un posto dove le persone litigano tramite i manifesti.
c’hanno costruito il minimetrò rubandoci i soldi tramite lo scandalo dei semafori gialli e grazie all’aumento delle tariffe delle strisce blu (va bene), c’hanno dimezzato e ribaltato il servizio apm mettendo in croce anziani e ragazzini (va bene), c’hanno tolto i cinema, i teatri, i laboratori teatrali, i circoli arci, le aule dei licei, ci hanno chiuso perfino i locali dove si faceva karaoke (che ora sono privati e se vuoi cantare devi tesserarti come al partito), e va bene, va benissimo. e non è una diatriba su chi sia la vittima o il carnefice, le persone che amano i libri sono stanche di decidere di chi sia la colpa e di pensare a quello che avrebbe potuto offrire la oberdan o quello che offre la feltrinelli (che sì, se volete saperlo, dev’esserci in un capoluogo regionale, da chi altro vogliamo farci ridere dietro?): il dubbio è su quello che resta, non rispetto a quello che se ne va. quando si rimane da soli a giocare, si può dire o no di avere già vinto?

Silenziosi come un tuono

La piazza di Carpi è grande. Sarà lunga almeno due campi da calcio. Almeno, eh. Forse di più. Dentro finiscono per starci un sacco di cose. Una chiesa, là in fondo. Poi un castello, un teatro. Dei portici, dei barettini, dei bancomat, tanti ciottoli. Un palco. Un referendum, che firmo subito e convinco gli altri con me a fare altrettanto. Cantanti, scrittori, partigiani, reduci. E tanta gente.

Parlano tutti, in questa piazza grande che si apre come una prateria improvvisa in un buco della Bassa. Parlano i giovani sotto il palco, ragazzine in tiro sfattoni alternativi fotografi improvvisati gente capitata per caso o per noia o per contagio. Parlano anche i cani, per chi li sa ascoltare. Parlano sul palco canzoni di guerra, di dolore morte e cose molto molto brutte e molto molto lontane, per questo forse così vicine. Tutti parlano, dicono quel che va detto in una giornata come il 25 aprile in un momento come questo. Parlano parlano e la piazza sembra proprio grande, sì. Caspita, saranno anche più di due campi, minimo.

Dentro questa piazza ci sta tutto, non ci manca nulla, non siamo come loro, non lo saremo mai, siamo diversi. Io però non parlo, sto muto, per conto mio, giro per la piazza faccio incazzare il resto della compagnia perché faccio l'asociale, faccio finta di fotografare per non dover dire qualcosa pure io. Mi guardo attorno, penso che è davvero enorme questa piazza a Carpi, pure bella voglio dire, fa pure caldo, è già estate mascherata da primavera, la primavera quando arriva è già finita che neanche te ne accorgi, se non fosse per gli starnuti che ti fanno alzare la testa al cielo e vedi sopra di te del vetro.

Materiali Resistenti

Così mi rendo conto che siamo completamente circondati dal vetro, un'enorme campana di vetro senza la neve e noi ci siamo finiti dentro, una calotta trasparente che ricopre tutta questa piazza di Carpi così grande che dentro finiamo per starci tutti, e fuori rimangono loro. E le parole del comandante Dièvel sono proiettili che finiscono sul vetro, come le firme sul referendum sull'acqua pubblica, cosa vuoi che c'entri con la Resistenza, scorreva sangue sulle montagne e ora scorre acqua qui in pianura, o al massimo birra a 3 euro per inzupparci le pizze inscatolate fredde, come "muori tutto vivi solo tu" che ti vengono i brividi a sentirlo dire da Max Collini, come "il reggae è quello che ci vuole in un'Italia fascista", come Capovilla che si sparge il corpo e la voce di merda, come i coglioni di Nori, nel senso delle poesie che legge, come i miei occhi che lo fissano immobile mentre descrive cos'è la guerra, sono tutti proiettili sparati in cielo nemmeno fosse capodanno, invece è il 25 aprile, fingiamo di essere in primavera ma è già estate, molto è già compromesso, forse tutto, chissà quanto è spesso quel vetro, chissà se si lascerà perforare, chissà che magari stavolta si infrange e si spacca tutto e piovono addosso schegge di vetro, speriamo che facciano feriti anche dall'altra parte.

(Le foto di Materiali Resistenti, qui sotto)

Macabri investimenti

3pendolari1Le Ferrovie dello Stato, o Trenitalia come si usa chiamarle ora, stanno rinnovando parecchio il loro look. Cambiano le stazioni, sempre più tronfie di monitor che trasmettono martellante pubblicità a getto continuo (quella di Di Pietro pre-elettorale che sposta le finestre stile Minority Report è già un classico), cambiano i pannelli informativi, le enormi scritte con i nomi delle città, i quadri con gli orari che passano dall'eleganza meccanica del bianco e nero, a seminuovi cosi a led arancioni di dubbia leggibilità. Cambiano anche le voci automatiche che annunciano i treni: a seconda dei luoghi sono sintetizzate da voci femminili, maschili, robotiche, sincopate, telegrafiche, dialettali. Bisogna in ogni caso stare al passo con i tempi: nell'era di internet il viaggiatore vuol essere informato su tutto quel che accade con minuzia di particolari. Dice: il treno è in ritardo di 5 minuti. Si, ma perchè? Ha forato? Diarrea del conducente?
Così oggi la voce che era solita con molta discrezione giustificare il ritardo ad oltranza del convoglio per investimenti di operai, o suicidi rompicoglioni, annunciando scuse assurde o l'equivalente di un "motivi personali" con un generico "investimento" ha sentenziato tiepida: "causa investimento m o r t a l e ".
Alla notizia dell'esito dell'investimento - mortale - finito male senza possibilità di appello o di happy ending come di solito qualcuno chiosa ("Puvrin... speriamo sia ancora vivo...") per un attimo si è gelato il sangue di tutte le persone in attesa sui binari, si è sospeso il tempo, qualcuno ha storto il naso, qualcuno ha abbassato gli occhi, qualcuno ha smesso di leggere, qualcuno ha guardato il vicino, qualcuno, ebbene si, si è toccato le palle.
- Merda. - ha detto seccamente il tizio con la barba che mi stava a fianco e prende il treno con me ogni mattina, prima di tornare a pensare ad altro. A quel punto, come un segnale di liberi tutti, ogni cosa è tornata al suo posto e tutti i pendolari hanno ripreso a pendolare, come fanno del resto ogni giorno, mortale o no sia l'investimento di Trenitalia.

La vita ai tempi di Google

Oggi al lavoro dovevo contattare una persona. Dopo diverse mail senza risposta, ho provato a rintracciarlo al telefono, ma aveva sempre il cellulare spento.

Così, ho cercato il suo nome su Google e ho scoperto che era tipo morto. "Portato via da un male incurabile".

Brutte notizie e devi pure pagarle

Dopo aver reso a pagamento i contenuti del suo giornale per chi utilizzava l'apposita (e inutile) app per iPhone, da oggi non è più possibile leggere gli articoli di Corriere.it nemmeno dal normale sito web mobile a meno di un abbonamento a pagamento. In soldoni, non si può più leggere gratis il Corsera da uno smartphone. Poi dicono che il web convergerà sul mobile. Bella mossa davvero.

La lista della spesa

Ci dicono che non sappiamo scegliere. Che non sappiamo dove stiamo andando. Che non sappiamo davvero che cosa vogliamo dalla vita.

Io dico: vaffanculo. Io lo so, cosa voglio: solo che non esistono indicazioni o navigatori satellitari cui appellarsi.

Se vi chiedessero a bruciapelo, senza preavviso, di spiegare in 10 semplici punti, che cosa state cercando dalla vita, quale sarebbe la vostra lista? Non valgono aspirazioni o concetti aleatori, ma solo cose dannatamente concrete. Prendetevi cinque minuti del vostro tempo: non uno di più.

Che in fondo lo sappiamo benissimo dove stiamo andando, solo che non esiste nessuna mappa che possa spiegarlo agli altri.

Questa è la mia, pensata mentre mangiavo in fretta un piatto di pasta. Qual è la vostra?

01 - Voglio fotografare
02 - Voglio scrivere
03 - Voglio leggere
04 - Voglio uno stipendio adeguato al costo della mia vita (la mia vita non chiede tanto)
05 - Voglio un cucchiaio di mascarpone ricoperto di zucchero
06 - Voglio andarmene in giro
07 - Voglio il tempo libero
08 - Voglio un altro concerto degli Arcade Fire
09 - Voglio rispettare
10 - Voglio vederla sorridere, sempre.

Buffet

Le migliori foto di LondraNote sparse su alcune cose curiose
trovate a Londra

Le migliori foto di Berlino Do not walk outside this area:
le foto di Berlino

Ciccsoft Resiste!Anche voi lo leggete:
guardate le vostre foto

Lost finale serie stagione 6Il vuoto dentro lontani dall'Isola:
Previously, on Lost

I migliori album degli anni ZeroL'inutile sondaggio:
i migliori album degli anni Zero

Camera Ciccsoft

Si comincia!

Spot

Vieni a ballare in Abruzzo

Fornace musicante

Cocapera: e sei protagonista

Dicono di noi

Più simpatico di uno scivolone della Regina Madre, più divertente di una rissa al pub. Thank you, Ciccsoft!
(The Times)

Una lieta sorpresa dal paese delle zanzare e della nebbia fitta. Con Ciccsoft L'Italia riacquista un posto di primo piano nell'Europa dei Grandi.
(Frankfurter Zeitung)

Il nuovo che avanza nel mondo dei blog, nonostante noi non ci abbiamo mai capito nulla.
(La Repubblica)

Quando li abbiamo visti davanti al nostro portone in Via Solferino, capimmo subito che sarebbero andati lontano. Poi infatti sono entrati.
(Il Corriere della Sera)

L'abbiam capito subito che di sport non capiscono una borsa, anzi un borsone. Meno male che non gli abbiamo aperto la porta!
(La Gazzetta dello Sport)

Vogliono fare giornalismo ma non sono minimamente all'altezza. Piuttosto che vadano a lavorare, ragazzetti pidocchiosi!
(Il Giornale)

Ci hanno riempito di tagliandi per vincere il concorso come Gruppo dell'anno. Ma chi si credono di essere?
(La Nuova Ferrara)

Giovani, belli e poveri. Cosa volere di più? Nell'Italia di Berlusconi un sito dinamico e irriverente si fa strada come può.
(Il Resto del Carlino)

Cagnazz è il Mickey Mouse dell'era moderna e le tavole dei Neuroni, arte pura.
Topolino)

Un sito dai mille risvolti, una miniera di informazioni, talvolta false, ma sicuramente ben raccontate.
(PC professionale)

Un altro blog è possibile.
(Diario)

Lunghissimo e talvolta confuso nella trama, offre numerosi spunti di interpretazione. Ottime scenografie grazie anche ai quadri del Dovigo.
(Ciak)

Scandalo! Nemmeno Selvaggia Lucarelli ha osato tanto!
(Novella duemila)

Indovinello
Sarebbe pur'esso un bel sito
da tanti ragazzi scavato
parecchio ci avevan trovato
dei resti di un tempo passato.
(La Settimana Enigmistica)

Troppo lento all'accensione. Però poi merita. Maial se merita!
(Elaborare)

I fighetti del pc della nostra generazione. Ma si bruceranno presto come tutti gli altri. Oh yes!
(Rolling Stone)

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